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CALZATURA & ORTESI PLANTARE: IL GIUSTO RAPPORTO.

Il problema col quale il podologo che si occupa d’ortesi podaliche si trova quotidianamente a doversi scontrare è proprio quello di conciliare il bisogno terapeutico del paziente con lo stile della sua vita sociale e professionale abitudinaria.

Innanzitutto bisogna partire dal concetto che la calzatura e’ la prima “ortesi” del piede, dove per ortesi, (dal greco orthos = corretto; e tithemi = disporre), s’intende qualunque mezzo atto a correggere la deformità ed a compensare una determinata mancanza dell’organismo umano. L’essere umano non e’ nato per subire questa costrizione continua nel tempo ed e’ per questo che teoria di molti e’ di lasciare il più tempo possibile il piede del bambino senza calzatura e di farlo camminare scalzo, questo perché il piede come organo di moto, ma soprattutto di senso, deve avere la possibilità di svilupparsi ed informarsi del mondo che lo circonda senza avere limitazioni.

La scarpa quindi si può considerare, si, una prima ortesi, ma il più delle volte dannosa, in quanto un tipo di calzatura comune, e’ standardizzata, ossia non tiene conto della diversità di ognuno nel modo di camminare e nella forma anatomica del piede in se’. Bisogna ricordare che il piede ha una struttura ad elica e che quindi durante le fasi del passo ha bisogno di spazio per potersi avvolgere e svolgere e quindi necessita di una calzatura, la più fisiologica possibile. Infatti, calzature che non rispecchiano questi requisiti hanno causato molte delle patologie oggi presenti, come, alluce valgo, 5° dito varo, ipercheratosi ecc…

Dopo tale attenta riflessione possiamo affermare con certezza l’importanza che occupano le calzature nello scelta e nella creazione delle differenti ortesi plantari.

Uno dei concetti da cui non bisogna distaccarsi nella valutazione globale e’ che l’ortesi si trova si a contatto della pianta del piede, ma sempre all’interno della calzatura e dunque non possiamo sottovalutare la sua grande importanza, essendo essa in grado di condizionare la caratteristica del passo e far variare anche la forma del piede ed il suo assetto a terra. Ed e’ per questo che quando si creano delle ortesi e’ meglio indossarle su calzature, si idonee, ma soprattutto nuove, con assenza di vizi di forma o consumi particolari, dati dalla precedente non corretta postura del piede, in modo da permettere al plantare di agire correttamente.

Se ad un paziente con atteggiamento iperpronante facciamo calzare un’ortesi podologica, all’interno di una calzatura già usata e usurata, con consumo del tacco evidente nella parte mediale, risulterà chiaramente la diminuzione dell’effetto del plantare sul piede, condizionato dalla calzatura, ossia nullo, in quanto si crea un azzeramento delle due forze concomitanti, rappresentate dalle ortesi plantare che tende a disporre il piede in una condizione neutra e l’atteggiamento della calzatura stessa in pronazione. Se il piede “normale” viene, sia condizionato che protetto dalle calzature, il piede patologico può venire corretto o compensato attraverso le scarpe. Ad esempio, la maggior parte delle calzature sportive di oggi hanno già proprietà “correttive”, del tipo anti-pronatorie ed anti-supinatorie, purtroppo non tutte le persone che acquistano questi prodotti ne conoscono le caratteristiche.

E’ facile intuire come queste “correzioni” possono essere dannose se non valutate in rapporto al piede. La calzatura, veicolo delle correzioni, diventa allora strumento principe della terapia ortesica. Grazie alle apparecchiature elettroniche per il controllo sia statico che dinamico della bipede stazione abbiamo potuto dimostrare quanto finora detto. Le pedane a trasduttori sono basate sul principio di tradurre le variazioni di pressione cui sono sottoposte in variazione al voltaggio. Calibrando il trasduttore e conoscendo, quindi, il rapporto fra variazione di pressione e variazione di voltaggio, si hanno misure esattamente quantificabili.

Grazie all’ausilio del personal computer i dati prelevati dalla pedana, vengono elaborati seguendo un indirizzo programmatico, rilevando i fattori per noi utili, che pero’ devono essere sempre valutati e ponderati e non presi in maniera oggettiva. Da qui nasce la complicanza nell’interpretare determinati esami.

Se poniamo una paziente sul baropodometro senza calzature, noteremo una determinata superficie occupata, ed un certo tipo d’appoggio plantare.La stessa paziente, indossate delle calzature con tacco, tipo décolleté, occuperà una superficie d’appoggio minore, in quanto il piede ha dovuto adattarsi alla calzatura, subendo cosi’ costrizioni non fisiologiche,con conseguente aumento delle pressioni espresse in Se facciamo indossare delle calzature, tipo polacca, dove il piede e’ più comodo, avremo un aumento della superficie d’appoggio con una relativa diminuzione delle pressioni.

Giunti a questo primo punto, possiamo concludere dicendo che la calzatura, se congrua e’ la prima ortesi, fondamentalmente soprattutto in eta’ infantile, periodo della vita in cui si consolidano tutte le articolazioni, soprattutto la sotto astragalica ed i legamenti muscolari e tendinei e nell’età adulta, soprattutto nella senilità, aiuta a contenere quei vizi di appoggio formatesi ormai nel tempo ed ai quali non c’e’ possibilità di porre rimedio con correzioni. Per congrua intendiamo una calzatura che abbia: dei contrafforti posteriori bassi ma rigidi e prolungati lateralmente, una tomaia anteriore a calzata ampia sia in larghezza che in altezza, ed una eventuale soletta estraibile per poter inserire la propria ortesi personale creata su misura e a seguito di approfondito esame podologico, senza togliere ulteriore spazio al piede.

A questo tipo di calzatura si dovrà associare POI la corretta terapia ortesica plantare, che ristabilirà, nei soggetti più giovani dei parametri di appoggio plantare nella norma subendo delle vere e proprie correzioni; in pazienti adulti invece potremo alleviare quelle che sono le più comuni algie legate alle patologie sopracitate.

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